Immagine coordinata aziendale: cos’è e come crearla!

In che modo l’immagine coordinata aziendale influenza la vita di impresa? Perché è importante che tutti gli elementi comunicativi siano coerenti?

In questo articolo troverai le risposte a queste domande e scoprirai come creare un’immagine coordinata professionale in grado di migliorare la percezione del brand.

Non solo grafica!

Nel 99% dei casi quando si parla di immagine coordinata aziendale si pensa alla grafica del bigliettino da visita, della carta intestata, della brochure e del sito internet.

Ma siamo sicuri che l’immagine coordinata sia solo una questione di estetica?

Se fosse così, per creare un’immagine coordinata aziendale efficace basterebbe sviluppare un bel progetto creativo e declinarlo nelle varie forme di comunicazione. Dietro ad un progetto di immagine coordinata c’è molto di più. Graphic designer e semiotici devono lavorare insieme, integrando conoscenze e abilità.

Non conosci la semiotica?

La semiotica è quella disciplina che studia come un simbolo si lega ad un marchio, un prodotto o un’azienda attraverso l’uso armonico degli stessi elementi visivi. L’immagine coordinata aziendale rappresenta l’identità dell’azienda.

Font, forme, colori e grafiche non possono essere dettate dal semplice gusto estetico ma devono essere distintive, cioè permettere di riconoscere l’azienda e distinguerla dai concorrenti.

Brand Identity è sinonimo di coerenza e riconoscibilità. Scopri tutto quello che sono in grado di fare per creare l’immagine coordinata della tua azienda.

Oggi come oggi, per avere un ruolo attivo nel mercato è importante avere un’identità chiara e definita. Costruire un’immagine coordinata aziendale permette, attraverso la diffusione di un messaggio coerente, di determinare gradualmente il riconoscimento dell’azienda. Gli elementi della comunicazione visiva devono rendere tangibili i valori aziendali (mission & vision, storia, filosofia, politica, ecc.).

Faccio un esempio, hai fatto della sostenibilità ambientale il tuo punto di forza?

Questo non può non trasparire dagli elementi che ti rappresentano. Costruire un’immagine coordinata aziendale è importante non solo per distinguere la propria offerta, ma anche per conquistare la fiducia degli stakeholder. Per capire quant’è importante la coerenza nella comunicazione aziendale, pensiamo ad un’azienda che non ha un’immagine coordinata e che si presenta ogni volta in modo diverso.

Quali sono gli effetti? Sicuramente il consumatore farà fatica ad individuare il brand sullo scaffale e anche se lo riconoscerà probabilmente non lo acquisterà.

E se la tua immagine coordinata aziendale non ti rispecchia più? Che cosa succede se, a distanza di tempo, decidi di cambiare la tua immagine coordinata aziendale?

Se il cambiamento è piccolo e ha a che fare con un’operazione di ammodernamento o svecchiamento della tua immagine, questo può essere fatto in qualunque momento. Se il restyling è più radicato ed è legato ad un cambiamento aziendale importante, come un cambio ai vertici aziendali o un nuovo posizionamento, questo andrà pianificato nel tempo.

La nuova immagine coordinata aziendale dovrà riflettere i nuovi valori e questi dovranno essere condivisi da tutto il personale aziendale.

Avrai capito a questo punto che l’immagine coordinata non è solo una questione di estetica, ma è radicata nei significati e nei valori che ruotano intorno ad una determinata realtà imprenditoriale; valori resi tangibili dalla comunicazione ma che partono dalle persone. Come abbiamo visto, costruire un’immagine coordinata aziendale è importante per influenzare positivamente la percezione del brand. Dietro ad un progetto di immagine coordinata aziendale non c’è solo un bel progetto grafico ma anche un’analisi attenta dei valori che evocano l’immaginario aziendale.

Un’immagine aziendale coerente fornisce ai destinatari della comunicazione precisi punti di riferimento, portando ad un graduale riconoscimento del marchio (brand awareness). È evidente come tutto ciò abbia conseguenze positive sul successo d’impresa.

Sei interessato a creare o rinnovare l’identity della tua azienda?

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Diverbio lungo anni! La o il font?

L’annosa questione del genere maschile o femminile: si dice il font o la font? Il termine font deriva dal francese fonte (genere femminile) che significa fuso, a ricordare il processo di realizzazione dei tipi. È proprio per la concordanza con l’origine francese che si tende spesso a dire la font. Ma noi usiamo specificatamente il termine font, e non font: font è un termine inglese che, come molti nomi di cose in inglese, è di genere neutro.

Nella traduzione dall’inglese all’italiano, mentre persone e animali mantengono il genere maschile o femminile che avevano in origine, il genere delle cose si accorda spesso con quello della sua traduzione in italiano. Per questo si dice la e-mail, il kit, la austerity, la password. Se pure è vero che la traduzione di font in italiano è anche “polizza” (che sarebbe femminile e quindi: la font), è senz’altro più diffusa e popolare la traduzione – anche se in parte scorretta – “carattere”. Senza dimenticare che, quando nei prestiti da lingue straniere non c’è chiarezza sulla traduzione italiana di riferimento – perché non esiste o perché non corrisponde ad un genere univoco: come nel caso, appunto, di “file” oppure di “set”–, prevale sempre per convenzione il genere maschile: quindi, una volta per tutte, si dice il font e non la font.

Ripropongo un video, non molto recente! Mi affascina il mondo dei font e la storia dei type.

Non si creda tuttavia che font sia un termine esclusivamente moderno. Già nel ‘500 fount (fuso) identificava il cassetto all’interno dei quali erano contenuti i tipi di un singolo carattere ad un singolo corpo, cioè una polizza: ad esempio, tutti i glifi del Garamond Semibold corpo 12. E più avanti, con l’invenzione della Linotype (1886), font rappresentava la singola matrice pronta per la fusione. Solo l’avvento del desktop publishing ne affermò il significato come lo conosciamo oggi.

Cosa ci dice l’Accademia della Crusca?

“…È preferibile, in ogni caso, impiegare il maschile font per la terminologia informatica e ripristinare il termine originario femminile fonte per quella tipografica; in questo modo, oltre a mantenere la distinzione semantica connessa ai due ambiti, si renderebbe conto della diversa origine inglese e francese delle due forme…”

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Cinema italiano! Le locandine più belle.

Mi hanno sempre affascinata! Le ho sempre osservate da quando ero bambina ed ho sempre sperato di poterne progettare una! Ancora oggi mi lascio ispirare dalle locandine per la scelta del film, sia al cinema ma anche su Netflix, Amazon Prime, cambia poco.

Soltanto dopo aver osservato la locandina leggo la trama del film o della serie tv.

Dai primi poster francesi di fine Ottocento ad oggi, la storia della locandina cinematografica si intreccia con quella dell’industria del cinema e delle arti visive in genere. Fino alla seconda Guerra Mondiale, i manifesti sono stati uno dei principali veicoli per pubblicizzare le pellicole, e hanno contribuito in modo decisivo al loro successo.

1895 – Fratelli Lumière di Marcellin Auzolle

Le prime locandine cinematografiche compaiono in Francia alla fine dell’Ottocento, con la nascita del cinema stesso. Jules Chéret e Marcellin Auzolle iniziarono a pubblicizzare l’invenzione dei fratelli Lumière usando lo stile tipico dell’Art Nouveau, caratterizzato da litografie ricche di colori vivaci e personaggi illustrati nei minimi dettagli.

Regola comune ai giorni nostri è illustrazione accattivante.

La descrizione particolareggiata degli spettatori e delle scene del film serviva a far capire al pubblico se la pellicola era adatta o meno a tutta la famiglia, e il genere a cui apparteneva.

1908 – Fratelli Pathè di Adrien Barrère

Lo stock poster, un manifesto utilizzabile per più eventi in cui venivano aggiunte di volta in volta le informazioni sullo spettacolo. Ne è un esempio il poster riportato qui sotto di Adrien Barrère, in cui lo spazio bianco dello schermo veniva sostituito con una scena del film.

In America invece, con l’ascesa di Hollywood dopo la fine della prima Guerra Mondiale e la diffusione dei primi lungometraggi, la locandina inizia a raffigurare il cast o l’attore principale, il nome del regista, il titolo del film e una sintesi della trama. Per produrlo si continua a usare la litografia a colori, l’unica tecnica di stampa che, seppur costosa, permetteva di ottenere delle illustrazioni di alta qualità.

Nell’America degli anni ’50, registi come Otto Preminger, Billy Wilder e Alfred Hitchcock iniziarono a produrre e a promuovere i loro film autonomamente, affidandosi al lavoro di Saul Bass. Questo designer americano iniziò a progettare l’intera identità visiva delle loro pellicole, dalla creazione dei titoli di testa e di coda alle locandine, introducendo uno stile completamente nuovo, caratterizzato da un design minimalista e fortemente evocativo. Per la prima volta nella storia del poster cinematografico, Bass riuscì a riassumere il significato delle pellicole attraverso un linguaggio simbolico, fatto di colori primari e forme geometriche decise. 

Uno dei suoi lavori più celebri fu la sequenza introduttiva della pellicola “Anatomia di un omicidio” di Otto Preminger, nel 1959. In essa i pezzi che componevano la sagoma di un cadavere iniziavano a scivolare dentro e fuori dallo schermo, evidenziando i titoli che si alternavano a ritmo di jazz. Bass usò lo stesso concept grafico per la locandina del film.

1958 – La donna che visse due volte di Saul Bass

Altrettanto famose le sequenze introduttive e le relative locandine dei film di Hitchcock “La donna che visse due volte”, “Intrigo internazionale” e “Psyco”. Le grafiche originali e d’impatto create da Bass contribuirono indubbiamente ad aumentare la notorietà di questi registi.

Anni 50 – Ladri di biciclette di Ercole Brini

Negli anni ‘40 e ‘50, in Italia si affermò il movimento neorealista: registi come Luchino Visconti, Vittorio De Sica e Roberto Rossellini si ispiravano a storie contemporanee per rappresentare la vita della gente comune nell’Italia del secondo dopoguerra. Per queste pellicole i cartellonisti italiani scelsero prevalentemente ritratti ad acquerello che ritraevano una scena del film, oppure rielaboravano la trama in modo più libero. Anselmo Ballester e Ercole Brini firmarono alcuni dei manifesti più famosi dell’epoca. Nella locandina di “Ladri di biciclette” Brini scelse volutamente un’immagine “dolce” e dai colori delicati, quasi ad attenuare la cruda realtà descritta nella pellicola.

L’avvento della locandina fotografica

L’invenzione dei videoregistratori all’inizio degli anni ’80 e il successivo avvento di Internet e delle pay TV negli anni ’90 spingono la locandina cinematografica verso nuovi standard. Con l’arrivo dei programmi per la rielaborazione digitale dell’immagine, la fotografia sostituisce completamente l’illustrazione, e per le locandine si inizia a usare una composizione standardizzata, caratterizzata dai volti dei protagonisti (o della star principale) e da alcuni fotogrammi tratti dal film, con un risultato spesso più freddo e asettico. Esistono però alcuni esempi notevoli, tra cui ricordiamo il poster di “Kill Bill” del 2003, con la sua illustrazione di gusto un po’ retrò, e quello di “Moon”, il film di fantascienza di Duncan Jones uscito nel 2009, che utilizza un mix riuscitissimo di grafica e fotografia.

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Cos’è il pay-off?

Non è uno slogan ma una frase attraente, interessante e riconoscibile.

È una breve pensiero che accompagna sempre il naming.  Collega in modo univoco e strategico i valori della tua azienda e l’identità visiva, deve esprimere con chiarezza il valore di un brand. Non cammina mai da solo ma insieme al naming,  al pittogramma o al monogramma compone l’essenza della brand identity

Alcuni pay-off famosi e soprattutto funzionali, sono:

Redbull ti mette le ali – Red Bull

Fate l’amore con il sapere – Muller

Dove c’è Barilla c’è casa – Barilla

Connecting people – Nokia

Importantissimo nel pay-off è anche il suono. Per questo la scrittura di un payoff o claim, insieme al naming e all’headline, è una delle imprese più complesse per un copywriter. Ma anche una di quelle che danno il senso al nostro lavoro.

Secondo me un pay-off deve avere queste caratteristiche:

Semplice, memorizzabile, efficace, positivo, frizzante e unico. Il tutto con una formula diversa da quella dei competitor. Perché il payoff contiene la brand identity, chi sei e cosa fai. Racchiude la unique selling proposition (USP), la caratteristica unica che dovrebbe da sola spingere l’utente a sceglierti.

Per scriverlo e idearlo serve uno studio approfondito dei competitor e del target, potrebbe essere utile una mappa concettuale in modo da trovare concetti, assonanze e significati profondi.

Per avere buone idee, e generare un testo capace di sintetizzare i valori della tua marca, a volte non basta la tecnica. E neanche l’esperienza maturata sul campo.

Questa dovrebbe essere la tua prima attività. Investire tempo e risorse per capire come si scrive un pay-off e trovare l’idea giusta per il tuo brand.

Hai creato un payoff per il tuo brand?

Vuoi creare un payoff efficace e vincente, magari capace di comunicare i tuoi valori? Parliamone insieme.

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/Du-ràn-te/ con Gianluca Sportaro

Dopo qualche settimana di pausa ripropongo la mia rubrica /Du-ràn-te/. Oggi è il turno di Gianluca, siamo freelance entrambi, lavoriamo di notte e desideriamo una giornata di 30 ore.

Sono un graphic designer da quando avevo 19 anni, ora ne ho 34 ed è passato un pò di tempo dall’istallazione del mio primo photoshop. Ho sempre avuto soprannomi nel mio lavoro, molte volte legati al nome delle mie attività, quindi prima ero Gianluca “Nexus” ora Gianluca “ARTIST”, ma all’anagrafe sempre Gianluca Sportaro. Ho solo lavorato da freelance, questo mi ha sempre dato massima libertà nell’esprimere e nello scegliere i lavori che più mi piacevano. Ho partecipato a molti concorsi e ogni tanto ho anche vinto, come ad esempio il concorso per la realizzazione del logo per la Fondazione “Regioni del Mediterraneo”. Negli ultimi anni ho virato verso il fashion designer con il mio brand ARTIST.

Da esperto del settore design come vivi la quarantena? 

La quarantena o comunque l’isolamento è sempre fonte di nuove idee, ti aiuta ad aprire quel cassetto di intenzioni mai affrontate, almeno, per me è stato così, ho completato lavori che avevo lasciato in sospeso da anni. In questo periodo l’uso del mercato on-line non mi ha fatto avere meno clienti, ma bensì ha fatto aumentare le richieste, questo ci fa capire che se non hai uno spazio sul web per il tuo lavoro, inizia subito a crearlo perché ti apre le porte su un nuovo spazio di mercato che al momento è poco sfruttato, questo è il mio consiglio. 

Come gestisci il tempo? 

Il tempo non basta mai, a volte penso che una giornata dovrebbe durare 30 ore, poi da 4 mesi sono diventato papà è questo ha fatto cambiare il mio concetto di tempo libero, ovvero che quando ce l’ho lo dedico a mia figlia, ma ho ripreso l’uso della notte per completare molti lavori, un pò come agli inizi. 

Lavori più o meno come prima? 

Come ho detto sopra, il mio mercato di riferimento è on-line dove, rispetto al mercato tradizionale, le richieste sono aumentate. Ma penso che dopo questo periodo anche chi lavora con clienti del mercato off-line riuscirà subito a tornare in carreggiata, il mercato sa adattarsi a tutte le condizioni che gli si presentano davanti e così anche chi lavora per loro. 

Cosa cambierà dopo questo periodo? 

Ci sarà una fase iniziale di sbandamento per tutti, non si riuscirà facilmente a tornare alla normalità, ma si creerà una “nuova normalità” chi capirà meglio e prima questa nuova condizione potrà cavalcare l’onda della ripresa. 

Sottofondo musicale

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/Du-ràn-te/ il Covid19

In occasione di queste giornate di ritiro domestico forzato ho pensato di contattare, scrivere e pubblicare delle brevi interviste con colleghi, amici ed esperti del settore.

Perché ho pensato di chiamare questo spazio /Du-ràn-te/?

Innanzitutto è una parola che sogno di pronunciare a breve e pensare a questo momento come un periodo passato. Poi perché /du-ràn-te/ è un complemento di durata, quindi con un inizio ma soprattutto con una fine.

È un periodo particolare, è un periodo sospeso, è un tempo di paura ma anche un tempo di speranza. Credo ne parleranno nei libri di storia e noi siamo i protagonisti, noi siamo i guerrieri e forse qualcuno di noi sarà definito eroe o eroina ma le battaglie le vinciamo stando a casa comodamente seduti sui divani a leggere un libro, a guardare un film, chattare con gli amici o chiacchierare con i familiari. Nonostante tutto riteniamoci fortunati, è difficile ma non sarà impossibile ripartire.

“Bisogna volere  l’impossibile perché l’impossibile accada.”

Eraclito

Non sono delle vere e proprie interviste ma un momento di riflessione e di confronto. Ho chiesto a tutti di proiettarsi nel prossimo futuro, pensare cosa succederà dopo questo periodo ma senza essere profeta. Qual è il ruolo del design, come vivi la quarantena e come gestisci il tuo tempo. Cosa sta cambiando? Per tutti sta cambiando qualcosa?

Credo che non possiamo permetterci di sprecare lo spazio che questa crisi ci offre, perché come diceva Einstein: “È nei momenti di crisi che sorge l’inventiva“. Sfruttiamo il genio e la creatività italiana per cogliere insieme l’opportunità di ripensare abitudini, spazi di vita e di lavoro, dove il design – unito alla tecnologia – può divenire fattore abilitante di una ricostruzione che mette al centro i bisogni dell’uomo e dell’ambiente nella ricerca di nuovi equilibri.

Il design e la bellezza salveranno il mondo.

Cambiamenti epocali sono a portata di mano, ma dobbiamo essere lungimiranti, pensare in modo esponenziale. Possiamo riuscirci soltanto alleandoci, creando idee esponenziali. Non facciamo come il governo in Europa, uniamo le menti affini, aumenteranno esponenzialmente i risultati.

Sottofondo musicale mentre penso a quali risposte darei io a questi interrogativi è C’è tempo di Ivano Fossati.

Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare. Io dico che c’era un tempo sognato che bisognava sognare!

Perché delle interviste e non delle live?

Ho scelte le interviste classiche perché vorrei che le parole possano essere pensate e possano esserci utili domani e siano spunti di riflessione per coloro che ci leggeranno. È un momento strano, lo sappiamo tutti, ma creare network credo sia un ottima soluzione per poter dire abbiamo imparato una lezione.

È una guerra bianca contro un nemico invisibile ma ne usciremo vincitori ne sono certa. Spero che questi giorni di quarantena servano per recuperare l’etica personale e sociale.

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